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Ex Ilva, Salis al Senato: «Lo Stato garantisca continuità agli impianti, no allo spezzatino»

La sindaca di Genova audita in IX Commissione: “Cornigliano vittima di una strategia industriale fallita, servono rassicurazioni sul dopo febbraio”

La continuità produttiva degli impianti ex Ilva e il ruolo diretto dello Stato come garante del futuro del gruppo siderurgico. Sono questi i punti cardine dell’intervento con cui la sindaca di Genova, Silvia Salis, è stata ascoltata oggi dalla IX Commissione del Senato nell’ambito dell’esame del disegno di legge n. 1731 sulla “Continuità operativa stabilimenti ex Ilva”.

«Accogliamo con favore la garanzia di continuità operativa degli impianti e il sostegno al costo energetico presenti nel testo del disegno di legge» ha esordito Salis, sottolineando come «la crisi di Cornigliano è figlia del fallimento sistemico di una strategia industriale, quindi la nazionalizzazione anche temporanea continua a essere la soluzione che può dare sicurezza su valorizzazione e continuità degli impianti».

La prima cittadina ha richiamato anche il tema dei costi, mettendo a confronto gli scenari possibili: «La chiusura degli stabilimenti di Taranto, Genova e Novi Ligure avrebbe un costo stimato in circa 11 miliardi di euro tra bonifiche, cassa integrazione, impatti sociali e perdita di produzione. Mentre la riconversione industriale e la nazionalizzazione avrebbero un costo tra i 3 e i 10 miliardi e sarebbero un elemento di garanzia da parte del governo sul fatto che la produzione continui a esistere, ma anche di una transizione verso la produzione di acciaio green».

Per la sindaca la tenuta della filiera siderurgica è decisiva: «È una filiera che va tenuta insieme, perché la produzione di Genova non è autosufficiente e vive di una catena integrata con Taranto. L’ipotesi dello “spezzatino” indebolirebbe tutto il gruppo, anche in sede di contrattazione».

L’allarme riguarda anche le ricadute sociali sul territorio genovese. «Per Genova è anche un tema sociale – ha ricordato Salis – si parla di 1.200 persone occupate con un lavoro altamente qualificato. L’ex Ilva è uno degli ultimi elementi portanti dell’industria del Paese e vorremmo rassicurazioni sul futuro, sapere che cosa succederà dopo febbraio e sapere che tipo di impegno pubblico è previsto nel caso l’offerta dei privati non fosse soddisfacente, nel caso ci fosse bisogno di un’integrazione o nel caso non ci fosse un’offerta tale da poter essere presa in considerazione».

La richiesta della sindaca alla Commissione e al governo è quindi quella di definire in modo chiaro il perimetro dell’intervento pubblico, evitando soluzioni frammentate e garantendo al tempo stesso la continuità produttiva, la tutela dell’occupazione e un percorso di riconversione ambientale che punti all’acciaio a basse emissioni.


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